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Dichiarazione del segretario comunale del PD aretino Alessandro Caneschi 

Regolamento sagre: poteva essere una grande occasione per rinnovare un’esperienza sociale, valorizzare le frazioni, migliorare il dialogo tra componenti della società aretina.
La Giunta Ghinelli l’ha trasformata in una guerra.
Senza esclusioni di colpi. Leggendo alcuni autorevoli commenti, si ha addirittura l’impressione che qualcuno abbia creato l’occasione per cancellare definitivamente un’esperienza che giudica concorrenziale.

Non condividiamo e non accettiamo toni esasperati nei confronti degli amministratori pubblici: governano la città su mandato degli elettori e gli è dovuto il massimo rispetto. Ma questo non vuol dire condividere per forza ciò che fanno. La Giunta Ghinelli ha peccato (e continua a farlo) di subalternità culturale nei confronti di alcune categorie economiche che dal loro punto di vista e in modo assolutamente legittimo, vedono nella festa paesana una concorrente. La loro ottica è quella dell’azienda ma le sagre non sono attività imprenditoriali bensì sociali. E’ giusto conoscere la figura giuridica dei comitati organizzatori, verificare conti e attività. Nessun vuole che le sagre siano una zona franca per quanto riguarda leggi, regolamenti, fiscalità. Ma nemmeno possiamo accettare che passi l’idea che una festa di paese sia l’equivalente di un ristorante. Quale logica presiede al diktat sul menù? Qualcuno pensa che una festa paesana, organizzata dai cittadini, debba avere assolutamente un menù stabilito a Palazzo Cavallo? Un evento sociale non può preparare la pizza? Un evento sociale può preparare la pizza solo con la presenza di un pizzaiolo “certificato”? Ci sembra solo un ricatto.

Non prendiamoci in giro: si dica con sincerità che si vuol ammazzare l’esperienza delle feste paesane. E poi si abbia il buon gusto di non lanciare messaggi intimidatori nei confronti dei comitati delle sagre. Qualcuno può aver sbagliato: non lo sappiamo. Ma nessuno è autorizzare a criminalizzare un’intera esperienza maturata in anni e in decenni.
Compito di un’amministrazione pubblica, poi, è dialogare con tutti e non accettare supinamente una sola visione. Questa amministrazione si è limitata a mettere la firma in calce ad un documento che probabilmente non è nato in Piazza della Libertà.
E questo è stato solo l’inizio della valanga. E’ poi mancato il confronto con le comunità e le frazioni coinvolte, non c’è stato alcun rispetto del calendario delle sagre (decisione presa alla vigilia di molti eventi), si è creata una grave contrapposizione tra operatori commerciali e feste paesane.
Dal punto di vista amministrativo, ricordiamo che la città si è sviluppata senza che si rafforzassero i legami sociali che oggi rimangono in piedi grazie proprio alle sagre, alle associazioni sportive, alle parrocchie. Tutto questo alimenta ancora il senso di comunità e spinge i nostri cittadini a parlarsi, a stare insieme.

La nostra proposta? Quella fatta dal consigliere Bracciali in Commissione: utilizzare il 2016 come anno di transizione e quindi riduzione dei giorni di sagra ma senza intaccare altri elementi. E a fine 2016 tavolo tra tutti i soggetti coinvolti per arrivare a soluzioni logiche e temporalmente fattibili.
Ci auguriamo che questa vicenda abbia un epilogo positivo. Ma una cosa è certa.
La pizza comunale è alla cipolla e peperoni: fa piangere ed è indigesta.