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L’Associazione Pronto Donna, in qualità di Centro Antiviolenza che opera da molti anni nella Provincia di Arezzo, esprime dolore e preoccupazione per la morte di Katia dell’Omarino avvenuta due giorni fa nel Comune di Sansepolcro e per i numerosi femminicidi che stanno attraversando il paese.
La mission del centro antiviolenza é quello di sostenere e supportare le donne che vivono o hanno vissuto situazioni di violenza e/o maltrattamento, fenomeno che trova le sue radici in una cultura maschilista che percepisce la donna non come una persona con pari diritti e dignità ma come un oggetto da possedere e controllare.
crediamo che promuovere e diffondere una cultura della non violenza e basata sul rispetto delle differenze sia fondamentale nel percorso per l'eliminazione della violenza di genere.
Il centro antiviolenza si mostra inoltre preoccupato per le parole apparse questa mattina sul quotidiano” la Nazione” ( pag. 21) che descrivono la donna uccisa come: “ una donna, nota a Sansepolcro, per i suoi costumi sessuali liberi e anche come una ladruncola più volte denunciata dai carabinieri per furto. E’ stato un incontro occasionale con un partner qualsiasi finito male? Oppure lei era finita ai margini di qualche giro sbagliato?” aggiunge poi il quotidiano: “Katia non era una giovane-modello” Parole, quelle usate, che ci preoccupano in quanto sembrano quasi voler mettere l’accento sulla responsabilità della donna uccisa relativamente alla sua morte. Queste narrazioni creano immagini descrittive che altro non fanno che alimentare stereotipi per colpire la pancia dei lettori e che trasformano la donna in oggetto dell’uccisione anziché soggetto. Come centro antiviolenza crediamo fortemente che la lotta alla violenza di genere passi anche attraverso un linguaggio adeguato che non releghi più la donna in una moltitudine di aggettivi e stereotipi atti a porre l’accento sulla sua moralità, sul suo peso, sulle sue amicizie o sul suo modo di vestire. Auspichiamo, quindi, un linguaggio che veda prima di tutto la donna nella sua integrità di essere umano e non come corresponsabile della sua fine. E’ per questo che vorremmo un giornalismo che racconti la violenza sulle donne avulso da questo tipo di rappresentazioni, che non alimenti stereotipi e retaggi maschilisti.